A) Botricello – Cropani – Sersale (escursioni: buturo e Tirivolo)
B) Sersale – Cerva – Petronà – Belcastro – Andali – Marcedusa – Cropani
Partendo da Botricello (Foto 12), paese rivierasco che conta una popolazione di 5000 abitanti e dista 36 km da Catanzaro, il nostro viaggio prosegue nuovamente verso le valli dell’interno.
Botricello fu feudo di Belcastro e nel 1220 passò a Landolfi d’Aquino. Appartenne fino al 1535 a Giacomo Nomicisio da Tropea, dopo di che passò in feudo alla famiglia dei Morelli di Cosenza. Nel 1633 il feudo di Botricello fu acquistato dalla famiglia Grimaldi, patrizi genovesi, che lo tennero sino al 1662.
Successivamente il centro passò alla famiglia De Riso, che ne mantenne la signoria sino all’eversione della feudalità. Nel 1956 fu costituito in comune autonomo.
La sua economia, oltre che sull’agricoltura è basata attualmente intorno alle fiorenti attività turistiche e ricettive sviluppatesi negli ultimi decenni sulla costa. Risalendo nuovamente, dopo aver attraversato sul mare la ridente e attrezzata località turistica di Cropani Marina, nel suo territorio sono stati recentemente rinvenuti resti archeologici d’origine romana e bizantina.
Percorriamo qualche chilometro sulla S.S. 180, verso il centro storico di Cropani (Foto 13). Il paese si trova a soli 9 km da Sersale e sorge in una posizione incantevole da dove si godono bei panorami sullo ionio. Conta 3800 abitanti. La sua fondazione è anteriore all’anno Mille; pare che abbia assunto originariamente il nome di Cropos (terra grassa) per la fertilità del suolo. Appartenne alla contea di Belcastro e fu devastato dai Turchi nello XVI secolo. In seguito al sisma del 1783 subì notevoli danni. Cropani fu patria dei cappuccini Giovanni Fiore (1622-83), storico ed erudito di fama, autore della nota “Calabria Illustrata”, opera a carattere enciclopedico e riccamente erudita che ebbe grande notorietà in passato.
A Cropani, oltre all’interessantissimo contro storico di bei palazzi e di parti dell’antica cinta muraria, sono da visitare: la Chiesa di Santa Lucia, risalente al XIII secolo, in stile romanico, con un soffitto ligneo a lacunari, anticamente affiliata alla basilica romana di San Giovanni Battista, dello XVI secolo, e la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, del XVI secolo, con un bell’altare settecentesco.
Cropani, conserva anche uno dei conventi più importanti costruiti dall’ordine dei cappuccini in Calabria e risalente al 1619. Il convento conserva un bel chiostro monumentale. Il bellissimo Duomo è però il monumento più importante di Cropani. Dedicato all’Assunta, è un vero gioiello architettonico del XVIII secolo. Costruito da grandi blocchi di calcarenite, presenta un portale con reminescenze romaniche sormontato da un rosone con dodici balaustri a raggiera. Il suo campanile è uno dei più alti tra le chiese della regione; la facciata richiama molto da vicino quella della omonima Colleggiata di Zagarise.
Il campanile del Duomo a forma di poligono cuspidato, è alto ben 47 metri. Sul lato destro del Duomo si apre un portale marmoreo tardo cinquecentesco. L’interno, ha una vasta navata barocca, conserva importanti opere d’arte, tra cui il soffitto ligneo con una grande tela centrale, che ritrae “la Madonna dell’Assunta”, dipinta da Cristofaro Santanna, autore anche di una suggestiva “cacciata dei venditori dal tempio di Gerusalemme”.
Interessanti, inoltre, una “Madonna delle Grazie”, di Benedetto da Moiano (1588), scultura di marmo di forte impronta gaginesca, il coro ligneo settecentesco e un organo a mantice, sempre degli inizi del XVIII secolo. L’opera più interessante, e spesso trascurata, è la “Dormitio Virginis”, tavola quattrocentesca collocata sull’altare maggiore del duomo. D’influssi catalani, l’opera che raffigura la morte e l’assunzione della Vergine, è una delle pochissime rappresentazioni iconografiche di questo soggetto presenti in Calabria.
L’itinerario prosegue poi sui tornanti della S.S. 180, e dopo circa 9 km, tra bassi oliveti e querceti, si raggiunge Sersale (Foto 14). Il centro, situato in una posizione panoramica sull’intero Golfo di Squillace, sorge sulle pendici del monte Angaro (976 m. s.l.m.) ed è circondato da folti castagneti, collocato a metà strada tra il mare e l’altopiano silano.
Le sue origini risalgono al 1620, quando la famiglia del barone Francesco Sersale della Motta concesse con atto pubblico d’enfiteusi stipulato in data 3 agosto 1620, a 12 contadini e boscaioli oriundi di Serrastretta degli appezzamenti di terreno. Qui vennero edificate le prime costruzioni, che costituirono il nucleo originario del paese, che si sviluppò poi rapidamente.
Dal 1806 il centro divenne comune autonomo, staccandosi da Zagarise. Sersale conta attualmente circa 5000 abitanti. E’ un centro agricolo fiorente con un’economia legata prevalentemente allo sfruttamento dei boschi e in qualche misura al turismo. Anche Sersale mostra l’architettura tipica di questi centri, e tra le strade strette del paese, tra sottopassi e slarghi improvvisi, accanto ad edifici d’architettura spontanea, si notano palazzotti signorili con bei portali in pietra.
Nella parte media dell’abitato sorge la Chiesa del Carmine, con una bella facciata neoclassica e portale sormontato da statue raffiguranti la “Madonna col Bambino e Santi”. All’interno si segnalano un altare in stucco e scagliola e una statua della “Madonna del Carmelo” in marmo, bell’opera di ignoto scultore seicentesco.
Nella parte più alta del paese, tra salite e gradinate, case accostate pittorescamente l’una all’altra, sorge invece la Chiesa dell’Immacolata.
Superato Sersale, l’itinerario può proseguire verso l’interno, alla volta del Parco Nazionale della Sila e delle località di Buturo e Tirivolo.
Differentemente, ripercorrendo nuovamente la S.S. 109, che serpeggia tra castagneti e bassi oliveti, a poco meno di 6 km di distanza, il nostro itinerario può rivolgersi verso Cerva (Foto 15), un piccolo centro agricolo con poco più di mille abitanti. Il paese è situato a 800 metri d’altitudine su un costone che domina la valle alla confluenza dei fiumi Crocchio e Nasari, da dove si godono stupendi panorami del litorale ionico. La fondazione dell’abitato risale al ‘700 ad opera di coloni casentini chiamati qui dai feudatari di Belcastro, i Poerio. Nel silenzio dei vicoli si possono ammirare alcuni pregevoli edifici a ridosso della piazza principale, che dimostrano la tipologia abitativa di queste zone, con la facciata a mattoni e pietra a vista, portali in pietra e balconi di ferro battuto.
A qualche chilometro da Cerva, incontriamo Petronà, immerso in un paesaggio assai diverso e mutevole, verde d’olive e vigneti, sulle cui colline dunose sorgono i centri vicini di Mesoraca e Marcedusa.
Petronà è un piccolo centro montano che dista 52 km da Catanzaro, situato sulle pendici silane del Monte Femminamorta (1723 m. s.l.m.). Posto su un altopiano delimitato dai fiumi Potamo e Nasari, immerso in un magnifico bosco di castagni, il paese si protende come un balcone sul marchesato. I primi insediamenti, costituiti soprattutto da pastori transumati provenienti dai centri silani, cominciarono a divenire stabili tra la fine del’600 ed i primi del’700. Sorto come casale montano nel XVIII sec. E chiamato inizialmente “Petraia”, il centro divenne in seguito Petronà.
Fu feudo, assieme al borgo di “Arietta”, degli Altemps di Mesoraca e ne seguì le sorti. Comune autonomo dal 1861, conta oggi 3194 abitanti. Da visitare la Chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, in località Cona, e anche la Chiesa di San Pietro e Paolo, la cui costruzione, iniziata nel 1796, fu ultimata nel 1799. La chiesa ha una facciata povera e sobria di linee, costruita semplicemente in pietra senza intonaco, lavorata tuttavia con meticolosa perizia da artieri locali. L’interno a tre navate con pareti prive di affreschi, offre un suggestivo aspetto d povertà e umiltà che ne rispecchia il carattere originario. Tra i prodotti tipici locali si segnalano i dolci, gli insaccati (salsicce e soppressate), i funghi porcini secchi e sott’olio, le castagne, ma anche confezioni artgianali di maglieria e produzioni di biancheria e tovagliati tradizionali.
L’abitato di Belcastro (Foto 16), posto a circa 8 km da Petronà, sorge su uno sperone boscoso del fianco sinistro della valle del fiume Nasari, tributario del basso corso del Crocchio. Il paese si raggiunge anche dalla costa lasciando la S.S 106 ionica all’altezza di Botricello, percorrendo poi la provinciale verso la Sila Piccola. Comprende anche un piccolo centro abitato denominato Fieri, situato a ridosso del lembo di terra che, stretto fra il comune di Botricello e la località Steccato di Cutro, si affaccia sul mare.
Belcastro secondo alcuni storici locali potrebbe essere l’erede dell’antica Petilia, secondo altri di Choni. Le tracce storiche ed archeologiche sin qui rinvenute, possono comunque ragionevolmente far pensare ad un’origine magno-greca dell’insediamento e alla sua successiva romanizzazione. L’antico nome, Geonocastro, deriverebbe infatti dalla presenza di un tempio dedicato al Genio di Castore e Polluce, i poterio Di oscuri figli di Zenus.
Verso la fine del IX secolo d. C. il Patriarca di Costantinopoli vi insedia una diocesi, della quale però non esiste alcuna bolla pontificia.
E’ di questo periodo la costruzione della Cattedrale di S. Michele Arcangelo e il fiore di numerosi conventi. Molto probabilmente, pure di questo periodo è l’inizio della costruzione del Castello di Belcastro, portato a termine poi da Atenolfo d’Aquino. Signore di sangue longobardo, principe di Capua e capostipite della famiglia che annovera anche San Tommaso. Nel conflitto fra Angioini e Aragonesi, Genocastro, che nel frattempo era divenuta Belcastro, per la bontà della sua posizione, si schierò con la corona Aragonesi. Nel 1755 fu restituita ai Poerio. Proprio sotto il dominio di questa famiglia di signori locali che si chiude il periodo feudale (1806).
Nel 1755 vi nasceva Giuseppe Saverio Poerio, figura di grande giureconsulto e patriota risorgimentale, che influì sugli avvenimenti della cittadina. Altro famoso contemporaneo del Poerio, fu Lucio D’Orso, storiografo. Il castello dei Conti d’Aquino, la cui costruzione risale al’200, è a Belcastro la principale meta del visitatore. L’edificio, molto suggestivo, si presenta con le quattro torri rotonde ai lati, la cinta muraria fortificata, la torre del mastio al centro e avanzi d’aggiunte e d’edifici risalenti al’600.
All’interno delle mura vi si trova una piccola cappella votiva costruita nel 1334 nel luogo dove la tradizione locale stabilisce la nascita di San Tommaso d’Aquino. Altri monumenti degni di nota sono il Palazzo Poerio; edificio a due piani, l’esterno è in tufo lavorato, il portone arcuato fiancheggiato da due colonne cilindriche con incisa una “rosa”, finestre rettangolari con spigoli profilati, cortile, scale con volta ad arco, fu costruito ai primi del ‘600 da artieri roglianesi.
La Chiesa di S. Michele Arcangelo; si presenta con una bella facciata romanica a tre portali dei quali rimane solo il centrale, essendo stati murati i due più piccoli laterali. La Chiesa di San Tommaso, nel recinto del castello; di modeste proporzioni, fu eretta nel 1337 e riadattata ai primi del’600. La Chiesa della Madonna della Pietà; la facciata è opera di capomastri calabresi del XVII sec., abside con cupola, un gruppo marmoreo della “Annunziata”, portale archiacuto, mentre sull’altare troneggia una tavola della Madonna con Bambino di stile bizantino. La Chiesa di San Rocco, sul Piazzale Poerio; ha il portale a colonne seicentesco con resti di un antico acquedotto romano (Fonte di Caria).
Il nostro viaggio può proseguire deviando poi alla volta di Andali (Foto 17) e Marcedusa (Foto 18), paesi albanesi di Calabria assieme a Caraffa, in provincia di Catanzaro.
Marcedusa è un piccolissimo centro di appena 645 abitanti sul versante ionico della Sila Piccola, nella bassa vale del fiume Tacina, posto su un colle circondato da suggestivi calanchi. Il Borgo fu costruito nello XV secolo e ripopolato da nuclei albanesi sfuggiti alle invasioni turche. Fu casale di Mesoraca e feudo d’Antonio Centelles; in seguito divenne possesso della famiglia Spinelli di Castrovillari. Nel 1585 Marcedusa passò alla signoria degli Altemps che ne mantennero il possesso fino al 1706. L’agricoltura del territori, specializzatasi solo negli ultimi decenni, si basa prevalentemente sull’olivicultura.
La crisi delle attività primarie ha determinato nel piccolo centro albanofono un pesante esodo migratorio.
Ciò nonostante vi si esercitano ancora alcune attività artigianali tipiche, come i prodotti della tradizione tessile (coperte, lenzuola e tovaglie fatte a mano) e la preparazione di specialità gastronomiche locali quali formaggi pecorini, olio d’oliva, olive da tavola e salumi tipici.
Anche Andali è un piccolo paese silenzioso, con un centro storico che presenta molti elementi interessanti d’architettura e di folklore locale arbresh. Fu infatti fondato da profughi albanesi fuggiti dal paese delle aquile nel 1445. Conta poco più di mille abitanti di origine albanese che conservano la lingua dei padri.
Sorge su un poggio affacciato sul mare da dove si domina l’abitato di Belcastro, a 625 metri d’altitudine. Da visitare è la graziosa Chiesa Matrice, edificata nel XVII sec., più volte rimaneggiata, dalla semplice facciata con tetto a capanna e con sulla sinistra un campanile quadrangolare che termina a sezione poligonale sormontato da una cupoletta. Il portale che mostra gli elementi decorativi originali, è costituito da blocchi di tufo lavorato a bassorilievo, con cornici e motivi a treccia. Sul lato sinistro si nota un altro portale secondario al quale si accede mediante una scalinata. Ancora oggi ad Andali sopravvivono in parte alcune delle antiche tradizioni e la lingua, parlata solo dagli anziani, i quali conservano anche qualche tipico e coloratissimo costume tradizionale. Pochi gli altri elementi caratteristici di questa comunità: L’emigrazione e la distanza dagli altri centri albanesi di Calabria hanno contribuito a che la sopravvivenza degli antichi costumi si affievolisse con il passare del tempo. Tuttavia, il fascino delle vecchie tradizioni può facilmente rivivere chiacchierando con un anziano del luogo: la sua lingua, i suoi gesti e i suoi costumi, ricreeranno l’atmosfera del passato di questa comunità isolata eppure così preziosa per la sua particolarità culturale.
Il nostro viaggio si conclude qui, ritornando nuovamente verso le luminose coste del mare Ionio